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Climbing in Paklenica Croazia

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Cinque giorni di arrampicata nel Parco Nazionale di Paklenica :-D
Finisce il viaggio delle Guide Alpine Dolomiti Guides e il suo gruppo di climber in uno dei posti più belli per arrampicare che si trovano in Croazia: Paklenica.
Il calcare che si trova qui è unico e permette di arrampicare su bellissimi monotiri o sulle numerose vie di più tiri con difficoltà adatte a tutti. Altra perla di questo luogo è la vicinanza al mare... dalle pareti all'acqua in breve tempo, dove un tuffo rinfrescate aiuta ad ammorbidire polpastrelli e piedi dopo una giornata sul tagliente e ruvido calcare!

Buone arrampicate a tutte/i
Thomas 
 

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"Fritolis la Vichinga"

 

L'altro giorno eravamo con un gruppo di ragazzini al piccolo Rifugio Ere, rifugio di mezza quota sotto il Pizzocco. Mèta della giornata era di salire il Monte Piz, di poco più alto, attraverso il “Troi de le Vache”, il sentiero più facile (anche se abbastanza faticoso per i ragazzi) per accedere a questa bella cima panoramica. Così, con Thom, uno avanti ed uno dietro, ci incamminammo a passo lento dapprima in piano e poi in salita con “dieci piccoli indiani” tra di noi. Qualcuno di loro sbuffava, qualcuno correva e scherzava, qualcuno prendeva in giro un altro che si arrabbiava e rispondeva con un vaffanculo.. insomma: tutto nella normalità. Arrivati ben oltre la metà della salita, alcuni di loro chiesero di potersi fermare un attimo, per poter bere qualcosa e sedersi a recuperare energie. Così optai per uno slargo del sentiero al sole dove potessero rinfrancarsi un attimo asciugandosi le magliette inzuppate di sudore. Sapevo che poco più sopra di noi, la traccia si allargava e si coricava quel poco che bastava a tirare il fiato, così gli chiesi un attimo di pazienza e gli chiesi di camminare ancora qualche minuto. Arrivati allo slargo ci sedemmo. Mentre eravamo in attesa degli ultimi due-tre ragazzi che arrancavano seguiti da Thom, uno di loro, con cui avevamo fatto delle piccole arrampicate in falesia, mi chiese se la parete che ci sovrastava si poteva arrampicare.

La parete sora di noi, infatti, era di un bel calcare compatto, uguale a quello della poco distante cima di Valscura o delle torri di Cimia. Alta una quarantina di metri, presentava purtroppo però una abbondante vegetazione su ogni piccola fenditura o crepa che presentava. Risultava così, o troppo impegnativa da scalare, od un giardino verticale. Nonostante tutto, una via era presente alla sua destra: “Fritolis la Vichinga”, di cui mi ero quasi dimenticato l'esistenza.

 

Se non erro nel 1999, quindi venti anni fa, io, Thom, Christian, Dimitri e Franco ci eravamo aggregati ad una gita escursionistica in 5 terre organizzato dal papà di Thom. Invece di camminare, avremmo arrampicato al Muzzerone, una serie di falesie di ottima roccia anche a più tiri che sovrastavano Portovenere. Erano presenti anche altre persone che avevano avuto la nostra stessa idea, di dieci, quindici anni più mature: Rudy, Edy, Gigi Pontil ed il povero Mirco “Sponcio”.

Il gruppone si muoveva così di settore in settore, prediligendo ovviamente i settori che non superassero di media il 6a per ovvie ragioni fisiche.

Mentre eravamo ad uno di questi, che si chiamava “Cayenna” e che avevamo scelto semplicemente perchè avente lo stesso nome del centro sociale di Feltre, ci accorgemo che dietro di noi qualcuno ci osservava. A dieci metri dalla parete, sora un sasso piano, una ragazza ci guardava sorridendo, abbracciando da seduta le proprie ginocchia. Avrà avuto venticinque, ventisette anni. Alta quanto noi, magra ma equilibratamente formosa, come i suoi vestiti sportivi lasciavano intuire. I capelli erano biondi e lisci, raccolti in una crocchia dietro la nuca. Gli occhi sottili ed azzurri come il ghiaccio artico, nasino alla francese circondato da delle sfumate lentiggini che punteggiavano armoniosamente la sua pelle bianca. Delle labbra sottili incorniciavano un sorriso da dentrificio Durbans che radiosamente ci illuminò come un faro puntato nella notte.

La visione ci lascio per qualche attimo attoniti. Eravamo fermi a guardarla estasiati, con le nostre braghe di tela semiabbassate a metà natiche, con le magliette del lattoniere del paese macchiate di unto e sudore mezze dentro e mezze fuori le mutande, con la mascella disarticolata come quando dormi profondamente.

“Hi!” disse. “Can i try to climb this route?” chiese.

Nessuno rispose. Eravamo ancora lì fermi a guardarla a bocca aperta. Sorrise ancor di più. “Can i try this route?” richiese.

Finalmente qualcuno gli rispose. “Yes” disse Christian, che conoscendo anche il vocabolo “No” era tra le persone più acculturate in inglese del nostro gruppo.

Così lei si alzò, si avvicinò alla corda passata sulla catena di “Trappola per topi” che essendo 6b era il nostro limite massimo e si legò all'imbraco che aveva in vita, dopo essersi infilata un paio di scarpette che teneva con sé.

“Difficult, Difficult!” ci premurammo di avvisarla indicando con l'indice la via. Lei fece uno di quei sorrisi che avevano lo stesso effetto di un pugno sullo stomaco, e, noncurante della nostra raccomandazione, si girò, e partì decisa verso l'alto. Una mano qua, un piede là.. adesso voglio vederla al passaggio duro..

Quaranta secondi gli bastarono per arrivare a capo della via, senza mai appendersi. Quindi scese come “il volo dell'Angelo”di San Marco tra noi comuni mortali.

Sorrise ancora. “My name is Frøydis, I come here from Norway..”

“Aim Paolo” dissi, “Ai em Dimitri”.. e così via, ci presentammo con il nostro inglese da scuole dell'infanzia.

Ma la presentazione interessò a lei poco. “Can i try another route?” chiese indicando la corda che aveva appena inserito con non poca difficoltà Mirco (che essendo più vecchio di noi di vent'anni era quello che si teneva di più) sulla catena di un 6b+ poco distante.

Ovviamente non potemmo che dirle di si. E la scena di poco prima si ripetè, facendoci abbassare la già bassa autostima che avevamo di noi stessi. Ma chi se ne fregava... cosa importavano i gradi, l'arrampicata, l'orgoglio, il mare ligure di levante, le cinque terre di fronte a tanta angelica bellezza?

Continuavamo a guardarla estasiati e, un po' a gesti, un po' nella lingua di Babele conoscemmo un po' della sua storia.

Insegnava all'università di Oslo, francese ed educazione fisica. Arrampicava spesso. Aveva fatto anche la Mongejura di Romsdal, una difficilissima ed enorme parete che conoscevo perchè presente nel mitico libro “le Grandi Pareti” di Doug Scott, che in quel periodo leggevo più che un prete il vangelo.

Quando arrivava l'autunno Frøydis prendeva ferie e svernava al sud. Un anno in Grecia, un anno in Francia, un anno in Spagna.. quest'anno era la volta dell'Italia. Era stata per un periodo a raccogliere olive in Toscana, poi era passata per le cinque terre.

Continuammo ad arrampicare ed a chiaccherare. Frøydis divenne poco dopo per comodità “Fritolis”, un giusto compromesso tra il suo nome a noi non ben chiaro, e “Fritola” che in dialetto è utilizzato per le ragazze di bell' aspetto.

Ci demmo appuntamento per il giorno successivo.

Il giorno dopo si presentò. Era arrivata di corsa da La Spezia: una decina abbondante di chilometri zaino in spalla. Arrampicammo tutto il giorno. A fine giornata scendemmo al mare per un bagno rinfrescante. Mentre in mutande ci addentravamo cauti in acqua, timorosi di beccarci qualche riccio di mare sul piede e tremando per l'acqua fredda, da dietro un auto parcheggiata, dove aveva trovato la giusta intimità per cambiarsi apparse finalmente Frøydis in costume da bagno. Tutte le nostre fantasie non superavano la realtà. Due gambe affusolate e glabre da cerbiatta reggevano il suo corpo perfetto a pancia piatta in cui si intavedeva sottile la sua muscolatura atletica. Il costume nero lasciava quel giusto di mistero alle nostre fantasie ormonali da diciottenni. I capelli, per l'occasione sciolti, furono con rapido gesto fatti ondeggiare, per poi essere catturati da un elastico in un “cocon” basso. Si avvicino alla sponda rocciosa, e, invece di rallentare come avevamo fatto noi, prese rincorsa per poi lanciarsi in un tuffo nel mare. Non so se fu una mia imressione, ma la vidi volare sopra l'acqua per cinque metri. Poi si immerse senza alcun spruzzo in profondità. Emerse trenta metri più avanti per poi nuotare come una sirena al largo, verso l'isola Palmaria, ora a stile libero, ora a delfino.

 

Ma c'era un ultimo test affinchè fosse la donna dei desideri. Così la invitammo a cena quella sera stessa, l'ultima. Si presentò elegante quanto semplice, con il suo sempre affascinante sorriso ad impreziosire il volto più che un gioiello.

Cenammo e bevammo come sapevamo far noi. Birra e vino a caraffe furono costantemente versate sui nostri e sul suo bicchiere, ma niente: neanche un attimo di cedimento. Era veramente la donna che ogni Feltrino avrebbe desiderato.

Le ore passarono, la cena finì. Ci salutammo al di fuori del ristorante. Sorrise ancora una volta, poi si girò e se ne andò.

 

La settimana dopo ci ritrovammo neel weekend al Rifugio Ere, che in quel periodo era appena stato preso in gestione dai miei amici Giampaolo e Betta. L'idea era quella di creare una palestra vicino al rifugio dove poter arrampicare un po'. Così, carichi di corde, trapano chiodi e cordini, salimmo il sentiero, unica via di accesso al rifugio al tempo, per poi scegliere la parete da attrezzare. La scelta ci cadde sulla struttura più appariscente dei dintorni, una fascia alta quaranta metri di ottimo calcare che sovrastava il sentiero del “Troi de le vache” che battezzammo, non so perchè “Parete dei figli di Bubu”. Così, dopo un altra mezz'ora di camminata, raggiungemmo la parete per poi scegliere l'itinerario più bello da attrezzare. E così puntammo allo spigolo a due balze che limitava a destra la struttura. Alcuni fix da otto, alcuni spit piantati a mano, alcuni chiodi. Addirittura un cordone con nodo incastrato in una fessura. I canoni della sicurezza per noi erano quelli. Vennero fuori due tiri. Il primo indicativamente sul 6a+, il secondo sul 5c/6a. Li salimmo appena dopo aver finito di attrezzarli e penso non furono mai più provati. Il nome della via? Fummo all'unanimità d'accordo: “Fritolis la Vichinga”.

 

Chissà cosa starà facendo ora Frøydis. Mi chiedo se sarà ancora all'università ad insegnare. Se verrà a svernare ancora al sud come venti anni fa, e se avrà i capelli tinti. Il suo fisico asciutto si sarà appesantito con l'età, fecendogli lievitare le cosce perfette in uno dei tanti butterati culoni nordici che si vedono nelle spiaggie italiane sotto il sole? E le tre o quattro gravidanze le avranno creato smagliature sulla pelle della pancia piatta? Mi chiedo se le rughe avranno preso il posto delle sfumate lentiggini, e se il suo sorriso avrà ancora quella lucentezza di un tempo.

No. Fritolis è ancora come allora , ne sono certo. Perfetta, come sempre, con un sorriso che ti fa cedere le gambe. Chissà se si ricorderà di noi, anche solo un ricordo. Quà da noi, sotto il Pizzocco, a ricordarla è un lungo cordone bianco appeso ad un chiodo sopra il “Troi delle Vache”.

“Maestro andiamo?!” Mi chiede Abram. “Non sono maestro Abram! “ gli dico. Gli sorrido, mi alzo e riprendo a camminare.

 

 

Paolo

Le Caserine

Era un giornata di nubi basse cariche di umidità. Un leggero pulviscolo di piccole gocce d'acqua stava sospeso nell'aria, ad inumidire le vesti ed appesantire il fiato. Non un anima viva avevo incrociato in quella anonima giornata di metà novembre, mentre mi accingevo a scendere la mulattiera che scendeva da Prà Montagna, sopra Cesiomaggiore, mio paese natale. L'atmosfera invitava maggiormente a chiudersi ancor più nei pensieri che formuliamo ogni qualvolta siamo di ritorno da una salita, mentre distrattamente evitavo il pietrisco più grosso o quello più levigato, infidamente bagnato.

Procedevo così forse da una decina di minuti, quando uno squarcio tra le nubi mi fece quasi sovrapensiero alzare gli occhi dal terreno davanti a me. Tra la feritoia di alberi grigi che affiancavano la strada, si presentava il versante opposto della valle, in egual maniera ammantato da una monotona distesa di piante spoglie. I boschi erano ripidi e divenivano quasi verticali via via che scendevano verso il fondo della valle. Lì, proprio nel punto più basso, dove tutti i canali terrosi di quei versanti andavano a confluire, si riconoscevano due enormi spalle di nuda roccia poste una di fronte all'altra, di un grigio antracite a causa della pioggia del giorno precedente: le Caserine.

Conoscevo quel posto, vi ero stato altre due o tre volte, circa venticinque anni prima, e quasi la loro esistenza mi era passata di mente. Le Caserine era uno dei tratti più angusti che aveva il torrente Salmenega nel suo procedere dalle Tre Ponte verso valle. Un breve canyon asciutto con pareti di calcare levigato alte, a ricordo, una cinquantina di metri, ed intervallate qua e là da scoscesi canali terrosi da dove si prontendeva qualche carpino contorto o qualche piccola felce. Il luogo non era, come si suol dire, dei più ameni, ed il silenzio del posto era oltremodo sottolineato ogniqualvolta da un refolo di fastidioso vento che da sempre ve ne era imprigionato.

Il perchè conoscessi quel luogo così poco attraente è presto detto. Nei primi bollori adolescenziali di trovare una parete da arrampicare, mio padre mi parlò di una parete dove lui, Tito, Corrado ed altri avevano salito delle vie per allenamento. Erano i primi anni in cui arrampicava, il periodo dei Boàt, verso la metà degli anni sessanta. Allora le pareti del fondovalle erano ancora palestre, non falesie, e non godevano della dignità che vi si dà al giorno d'oggi. Erano pareti da salire per allenamento alle pareti più alte delle più alte cime, e basta. A riguardò rovistò per qualche minuto in una vecchia scatola di latta, per poi mostrarmi una foto in bianco e nero. Nel piccolo rettangolo di cartoncino dai bordi seghettati si vedeva un pilastro di roccia chiara, in parte illuminato da un raggio di luce. Nella parte bassa lo spigolo formava un diedro appena accennato, che si coricava leggermente a destra. Nel mezzo, un giovane ragazzo saliva, con la corda legata in vita: due anelli di cordino a tracolla, un martello, qualche chiodo. Nessun casco, nessun imbraco.

Carico di curiosità partii qualche giorno dopo la visione della foto con il sempre presente Alberto alla volta di questo luogo misterioso. Con il mitico Testi Militar risalimmo motorizzati il ripido sentiero che portava allora a Prà Montagna fino al tornante da dove partiva una vecchia traccia abbandonata. Lì parcheggiammo il mezzo e risalimmo per un quarto d'ora il fondo della valle, fino ad arrivare allo scenografico ingresso. Da subito vedemmo le due-tre vie presenti, alcune di queste a chiodi a pressione. Eravamo indecisi. Non so se furono le difficoltà al di sopra della nostra portata, oppure l'ambiente particolarmente opprimente, fatto stà che ritornammo a casa senza aver neanche indossato l'imbraco.

Qualche anno dopo riprovai a ritornare: si sa che alle volte le prime impressioni ingannano. Invece niente: l'ambiente angusto non mi piaceva, mi sentivo a disagio anche a causa di quel silenzio quasi innaturale. Così abbandonai l'idea definitivamente, per poi relegare il tutto al dimenticatoio.

 

Lo scorso autunno, pochi giorni dopo la visione che feci in mezzo alle nuvolaglie novembrine, mio padre mi arruolò per dare una mano nel bosco di mio santolo Tito. Nel taglio, alcune belle piante di carpino nero erano restate da parte causa la posizione alquanto scomoda, su un versante particolarmente scosceso di rocce rotte. L'avere qualche nozione di corda avrebbe reso il taglio certamente meno pericoloso.

Così mi ritrovai, motosega in mano, sull'appezzamento boschivo che si trovava, guardacaso, appena a valle delle Caserine. Durante la mattinata, ogni tanto alzavo lo sguardo a vedere le rocce che spuntavano incombenti sopra gli spogli rami.

Finito il lavoro, mentre Tito riordinava nello zaino bottiglie di miscela, carrucole e cordini di rafia, chiesi a mio padre se avesse voluto accompagnarmi a ridare un occhio alla sua vecchia palestra. Dopo averci pensato un attimo annuì, chiuse lo zaino color verde bosco, e ci avviammo alla poco distante gola.

All'ingresso, un velo di brina ricopriva i sassi levigati del greto asciutto, mentre il vento da subito fece sentire la sua presenza con il suo perenne sibilo. Salimmo con attenzione tra sasso e sasso fino al piccolo spiazzo piano racchiuso in mezzo ai pilastri di potente calcare.

Senza che gli chiedessi niente, mio padre iniziò a raccontare.

“Quella fu la prima via, la iniziai da solo. Poi la continuai anche con Tito “ ;“Quella a sinistra la fece qualche anno dopo Corrado mi sembra”.“Là dietro, in quella cengia – lo vedi il vecchio cordino di sosta?- una volta Fabietto il cugino di Corrado volò giù senza essere legato. Stava preparandosi a fare una doppia” stimo l'altezza sui dieci-dodici metri “Fortunatamente precipitò sopra quel vecchio sambuco, e se la cavò con qualche graffio e qualche risata”. “Là non mi ricordo, forse era Tito Pierobon che era venuto su con Carazzai, ma non ne sono certo” “Quei chiodi a pressione lassù li avevo pensati e fatti in forgia da tuo nonno: gli davo un quarto di giro al profilo quadrato invece che rotondo, così quando ci si appendeva il chiodo si avvitava sempre più”. E via così, storie ed anneddoti di cinquant'anni prima. Gli episodi si susseguivano. Apparirono nomi a me familiari, altri un po' meno. Mentre mio padre raccontava, mi chiesi tra me e me chi si ricorderà di loro, delle loro avventure giovanili, di questo luogo destinato già dalla nascita all'oblio. Continuai a fargli domande: ad alcune seppe darmi una risposta, ad altre no; era passato troppo tempo.

Dopo un po' smise di parlare. Guardò per un attimo ancora in alto, silenzioso. Poi d'improvviso scattò brevemente con il braccio verso il basso quasi a scacciare un insetto fastidioso, si girò e si diresse deciso senza voltarsi verso lo zaino ed il lavoro che aspettava fuori della piccola gola. Restai per un attimo ancora lì, guardando quei chiodi, quei cordini oramai diafani nella loro immobilità. Poi, lentamente, mi avviai anch'io verso l'uscita. E mentre vedevo il profilo di mio padre che seguitava ad uscire, sentii un qualcosa di appena percettibile. Mi fermai per ascoltare meglio: nessun rumore. Mi guardai attorno a vedere se c'era magari qualche bestia, qualche animale, ma niente. Poco convinto ripresi a camminare. Dopo qualche passo però, ritornò lontano quel brusìo leggero. Mi fermai nuovamente, immobile, senza voltarmi, deciso questa volta a scoprirne l'origine. Nei primi attimi non percepii niente. Qualche foglia ogni tanto cadeva con il suo rumore vuoto e secco. Poi, sottile come un filo di seta, qualcosa emerse dal fondo di quel silenzio.

Tìn tìn tìn.. un martello risuonava argentino, cadenzato da colpi regolari. Trattenni il fiato. Al martello poco dopo si aggiunsero delle voci di ragazzi. Sentii chiaramente un confabulare ilare e delle risate, ed il rumore inconfondibile che fanno i moschettoni tra di loro. “Sono pazzo? Non può essere ..” Mi girai di scatto.

Niente: dietro me non c'era nessuno . Il sottile rumore che prima avevo sentito era sparito. Affinai l'udito, ma non servì a nulla: solo silenzio. Stetti li, a guardarmi attorno ancora per qualche secondo. Tutto era restato immobile come prima. Le pietre bianche levigate dalle piene erano lì, al loro posto, così come i canali terrosi senza nome, con le loro felci ed i loro carpini contorti. Nulla si era mosso. A quel punto lasciai da parte le mie impressioni. Diedi le spalle alla piccola gola, e mi diressi anch'io verso l'uscita, mentre dietro me, imprigionato all'eternità, restava solo l'incessante lamentìo del piccolo refolo di vento.

 

Paolo

 

Salita alla Cima del Gran Paradiso 4061 m

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12-13-14 Aprile, salita al Gran Paradiso, 4061 m.

Recentemente, nel mese di aprile, siamo stati sul Gran Paradiso in Valle d'Aosta.
Un weekend all'insegna dell'alta montagna e dello scialpinismo su un classico dei 4000 delle Alpi.
Siamo partiti da Feltre in provincia di Belluno venerdì all'alba per giungere in Val Savaranche ed esattamente a Pont 1960 m..Da qui saliamo al rifugio Vittorio Emanuele 2732 m. con temperature quasi estive.
Il giorno seguente, decisivo per la cima, la sveglia è stata di buonora e dopo una buona colazione iniziamo a salire con la pila frontale i primi pendii con una temperatura di – 18°: l'estate qui è ancora distante! Nel frattempo l'alba colora le cime che ci circondano e il tutto ci fa sentire proprio in “paradiso”.
Giungiamo in vetta con una giornata spettacolare che ci permette di vedere a 360° tutte le catene montuose: dal Monviso al Monte Bianco, dal Dente del Gigante fino al Monte Rosa.
Dopo una breve pausa e con gli occhi pieni di meraviglia ci prepariamo per la discesa!
Nella prima parte del pendio la neve non è proprio delle migliori, ma dal colle della Becca di Montcorvè la neve diventa polverosa e nella parte finale prima del rifugio troviamo con felicità il firn, la fantastica neve primaverile.
Arrivati al rifugio brindiamo entusiasti alla cima e alla grande discesa! :-D
Il giorno seguente ci svegliamo con tranquillità e ci dirigiamo verso il Colle del Grand Etret attraversando le pendici delle cime del Ciarforon, Becca di Monciair, Denti del Breuil.
Dal Colle del Grand Etret, 3144 m., ci attende una discesa memorabile lungo il ghiacciaio del Grand Etret e il Vallone di Seiva per giungere, infine, a Pont 1960 m. in Valsavaranche.

Grazie a chi ha condiviso con me questi memorabili giorni!
Thomas


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Valle di Casies Cima Fellhorn

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20-01-2019 Cima Fellhorn m 2518

La neve in Dolomiti quest’anno non vuole proprio arrivare ☹
Il corso base di scialpinismo è iniziato e l’unico posto dove si trova neve è in Alto Adige.
Eccoci allora pronti per fare un po’di km in auto per cercare la neve giusta.
Scelta del luogo la Val Casies, dove a quanto si narra, esiste un paesaggio bianco con ancora qualche metro di neve fresca da poter curvare ☺
Una volta giunti a Santa Maddalena i nostri occhi ri-vedono il paesaggio tipico invernale,
quel paesaggio che tutti gli sciatori amano vedere.
Lungo l’itinerario di salita numerosi scialpinisti si dirigono verso la cima Hoher Mann dove ormai non rimane un angolo di neve senza una traccia. Noi invece ci dirigiamo verso la nostra meta dove a quanto pare c’è ancora spazio per qualche bella curva sulla polvere.
Giunti in vetta la vista spazia a 360° B-) lasciandoci a bocca aperta per codesta bellezza.
La discesa, come spesso accade, decidiamo di farla lontani dalle numerose tracce esistenti. Scendiamo quasi da subito sulla neve polverosa ancora intatta giungendo fino alla Pfinn Alm su pendii ancora immacolati :-D
Dalla malga in poi la strada ci riporta al paese di Santa Maddalena dove la nostra bibita preferita per reintegro sali minerali ci attende ;-)

Buone sciate a tutte/i
Thomas

 

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