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"Fritolis la Vichinga"

 

L'altro giorno eravamo con un gruppo di ragazzini al piccolo Rifugio Ere, rifugio di mezza quota sotto il Pizzocco. Mèta della giornata era di salire il Monte Piz, di poco più alto, attraverso il “Troi de le Vache”, il sentiero più facile (anche se abbastanza faticoso per i ragazzi) per accedere a questa bella cima panoramica.


Così, con Thom, uno avanti ed uno dietro, ci incamminammo a passo lento dapprima in piano e poi in salita con “dieci piccoli indiani” tra di noi. Qualcuno di loro sbuffava, qualcuno correva e scherzava, qualcuno prendeva in giro un altro che si arrabbiava e rispondeva con un vaffanculo.. insomma: tutto nella normalità. Arrivati ben oltre la metà della salita, alcuni di loro chiesero di potersi fermare un attimo, per poter bere qualcosa e sedersi a recuperare energie. Così optai per uno slargo del sentiero al sole dove potessero rinfrancarsi un attimo asciugandosi le magliette inzuppate di sudore. Sapevo che poco più sopra di noi, la traccia si allargava e si coricava quel poco che bastava a tirare il fiato, così gli chiesi un attimo di pazienza e gli chiesi di camminare ancora qualche minuto. Arrivati allo slargo ci sedemmo. Mentre eravamo in attesa degli ultimi due-tre ragazzi che arrancavano seguiti da Thom, uno di loro, con cui avevamo fatto delle piccole arrampicate in falesia, mi chiese se la parete che ci sovrastava si poteva arrampicare.

La parete sora di noi, infatti, era di un bel calcare compatto, uguale a quello della poco distante cima di Valscura o delle torri di Cimia. Alta una quarantina di metri, presentava purtroppo però una abbondante vegetazione su ogni piccola fenditura o crepa che presentava. Risultava così, o troppo impegnativa da scalare, od un giardino verticale. Nonostante tutto, una via era presente alla sua destra: “Fritolis la Vichinga”, di cui mi ero quasi dimenticato l'esistenza.

 

Se non erro nel 1999, quindi venti anni fa, io, Thom, Christian, Dimitri e Franco ci eravamo aggregati ad una gita escursionistica in 5 terre organizzato dal papà di Thom. Invece di camminare, avremmo arrampicato al Muzzerone, una serie di falesie di ottima roccia anche a più tiri che sovrastavano Portovenere. Erano presenti anche altre persone che avevano avuto la nostra stessa idea, di dieci, quindici anni più mature: Rudy, Edy, Gigi Pontil ed il povero Mirco “Sponcio”.

Il gruppone si muoveva così di settore in settore, prediligendo ovviamente i settori che non superassero di media il 6a per ovvie ragioni fisiche.

Mentre eravamo ad uno di questi, che si chiamava “Cayenna” e che avevamo scelto semplicemente perchè avente lo stesso nome del centro sociale di Feltre, ci accorgemo che dietro di noi qualcuno ci osservava. A dieci metri dalla parete, sora un sasso piano, una ragazza ci guardava sorridendo, abbracciando da seduta le proprie ginocchia. Avrà avuto venticinque, ventisette anni. Alta quanto noi, magra ma equilibratamente formosa, come i suoi vestiti sportivi lasciavano intuire. I capelli erano biondi e lisci, raccolti in una crocchia dietro la nuca. Gli occhi sottili ed azzurri come il ghiaccio artico, nasino alla francese circondato da delle sfumate lentiggini che punteggiavano armoniosamente la sua pelle bianca. Delle labbra sottili incorniciavano un sorriso da dentrificio Durbans che radiosamente ci illuminò come un faro puntato nella notte.

La visione ci lascio per qualche attimo attoniti. Eravamo fermi a guardarla estasiati, con le nostre braghe di tela semiabbassate a metà natiche, con le magliette del lattoniere del paese macchiate di unto e sudore mezze dentro e mezze fuori le mutande, con la mascella disarticolata come quando dormi profondamente.

“Hi!” disse. “Can i try to climb this route?” chiese.

Nessuno rispose. Eravamo ancora lì fermi a guardarla a bocca aperta. Sorrise ancor di più. “Can i try this route?” richiese.

Finalmente qualcuno gli rispose. “Yes” disse Christian, che conoscendo anche il vocabolo “No” era tra le persone più acculturate in inglese del nostro gruppo.

Così lei si alzò, si avvicinò alla corda passata sulla catena di “Trappola per topi” che essendo 6b era il nostro limite massimo e si legò all'imbraco che aveva in vita, dopo essersi infilata un paio di scarpette che teneva con sé.

“Difficult, Difficult!” ci premurammo di avvisarla indicando con l'indice la via. Lei fece uno di quei sorrisi che avevano lo stesso effetto di un pugno sullo stomaco, e, noncurante della nostra raccomandazione, si girò, e partì decisa verso l'alto. Una mano qua, un piede là.. adesso voglio vederla al passaggio duro..

Quaranta secondi gli bastarono per arrivare a capo della via, senza mai appendersi. Quindi scese come “il volo dell'Angelo”di San Marco tra noi comuni mortali.

Sorrise ancora. “My name is Frøydis, I come here from Norway..”

“Aim Paolo” dissi, “Ai em Dimitri”.. e così via, ci presentammo con il nostro inglese da scuole dell'infanzia.

Ma la presentazione interessò a lei poco. “Can i try another route?” chiese indicando la corda che aveva appena inserito con non poca difficoltà Mirco (che essendo più vecchio di noi di vent'anni era quello che si teneva di più) sulla catena di un 6b+ poco distante.

Ovviamente non potemmo che dirle di si. E la scena di poco prima si ripetè, facendoci abbassare la già bassa autostima che avevamo di noi stessi. Ma chi se ne fregava... cosa importavano i gradi, l'arrampicata, l'orgoglio, il mare ligure di levante, le cinque terre di fronte a tanta angelica bellezza?

Continuavamo a guardarla estasiati e, un po' a gesti, un po' nella lingua di Babele conoscemmo un po' della sua storia.

Insegnava all'università di Oslo, francese ed educazione fisica. Arrampicava spesso. Aveva fatto anche la Mongejura di Romsdal, una difficilissima ed enorme parete che conoscevo perchè presente nel mitico libro “le Grandi Pareti” di Doug Scott, che in quel periodo leggevo più che un prete il vangelo.

Quando arrivava l'autunno Frøydis prendeva ferie e svernava al sud. Un anno in Grecia, un anno in Francia, un anno in Spagna.. quest'anno era la volta dell'Italia. Era stata per un periodo a raccogliere olive in Toscana, poi era passata per le cinque terre.

Continuammo ad arrampicare ed a chiaccherare. Frøydis divenne poco dopo per comodità “Fritolis”, un giusto compromesso tra il suo nome a noi non ben chiaro, e “Fritola” che in dialetto è utilizzato per le ragazze di bell' aspetto.

Ci demmo appuntamento per il giorno successivo.

Il giorno dopo si presentò. Era arrivata di corsa da La Spezia: una decina abbondante di chilometri zaino in spalla. Arrampicammo tutto il giorno. A fine giornata scendemmo al mare per un bagno rinfrescante. Mentre in mutande ci addentravamo cauti in acqua, timorosi di beccarci qualche riccio di mare sul piede e tremando per l'acqua fredda, da dietro un auto parcheggiata, dove aveva trovato la giusta intimità per cambiarsi apparse finalmente Frøydis in costume da bagno. Tutte le nostre fantasie non superavano la realtà. Due gambe affusolate e glabre da cerbiatta reggevano il suo corpo perfetto a pancia piatta in cui si intavedeva sottile la sua muscolatura atletica. Il costume nero lasciava quel giusto di mistero alle nostre fantasie ormonali da diciottenni. I capelli, per l'occasione sciolti, furono con rapido gesto fatti ondeggiare, per poi essere catturati da un elastico in un “cocon” basso. Si avvicino alla sponda rocciosa, e, invece di rallentare come avevamo fatto noi, prese rincorsa per poi lanciarsi in un tuffo nel mare. Non so se fu una mia imressione, ma la vidi volare sopra l'acqua per cinque metri. Poi si immerse senza alcun spruzzo in profondità. Emerse trenta metri più avanti per poi nuotare come una sirena al largo, verso l'isola Palmaria, ora a stile libero, ora a delfino.

Ma c'era un ultimo test affinchè fosse la donna dei desideri. Così la invitammo a cena quella sera stessa, l'ultima. Si presentò elegante quanto semplice, con il suo sempre affascinante sorriso ad impreziosire il volto più che un gioiello.

Cenammo e bevammo come sapevamo far noi. Birra e vino a caraffe furono costantemente versate sui nostri e sul suo bicchiere, ma niente: neanche un attimo di cedimento. Era veramente la donna che ogni Feltrino avrebbe desiderato.

Le ore passarono, la cena finì. Ci salutammo al di fuori del ristorante. Sorrise ancora una volta, poi si girò e se ne andò.
 

La settimana dopo ci ritrovammo neel weekend al Rifugio Ere, che in quel periodo era appena stato preso in gestione dai miei amici Giampaolo e Betta. L'idea era quella di creare una palestra vicino al rifugio dove poter arrampicare un po'. Così, carichi di corde, trapano chiodi e cordini, salimmo il sentiero, unica via di accesso al rifugio al tempo, per poi scegliere la parete da attrezzare. La scelta ci cadde sulla struttura più appariscente dei dintorni, una fascia alta quaranta metri di ottimo calcare che sovrastava il sentiero del “Troi de le vache” che battezzammo, non so perchè “Parete dei figli di Bubu”. Così, dopo un altra mezz'ora di camminata, raggiungemmo la parete per poi scegliere l'itinerario più bello da attrezzare. E così puntammo allo spigolo a due balze che limitava a destra la struttura. Alcuni fix da otto, alcuni spit piantati a mano, alcuni chiodi. Addirittura un cordone con nodo incastrato in una fessura. I canoni della sicurezza per noi erano quelli. Vennero fuori due tiri. Il primo indicativamente sul 6a+, il secondo sul 5c/6a. Li salimmo appena dopo aver finito di attrezzarli e penso non furono mai più provati. Il nome della via? Fummo all'unanimità d'accordo: “Fritolis la Vichinga”.

Chissà cosa starà facendo ora Frøydis. Mi chiedo se sarà ancora all'università ad insegnare. Se verrà a svernare ancora al sud come venti anni fa, e se avrà i capelli tinti. Il suo fisico asciutto si sarà appesantito con l'età, fecendogli lievitare le cosce perfette in uno dei tanti butterati culoni nordici che si vedono nelle spiaggie italiane sotto il sole? E le tre o quattro gravidanze le avranno creato smagliature sulla pelle della pancia piatta? Mi chiedo se le rughe avranno preso il posto delle sfumate lentiggini, e se il suo sorriso avrà ancora quella lucentezza di un tempo.

No. Fritolis è ancora come allora , ne sono certo. Perfetta, come sempre, con un sorriso che ti fa cedere le gambe. Chissà se si ricorderà di noi, anche solo un ricordo. Quà da noi, sotto il Pizzocco, a ricordarla è un lungo cordone bianco appeso ad un chiodo sopra il “Troi delle Vache”.

“Maestro andiamo?!” Mi chiede Abram. “Non sono maestro Abram! “ gli dico. Gli sorrido, mi alzo e riprendo a camminare. 

Paolo

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