Miniere Auree in Val di Canzoi..?

Al tempo delle superiori, l’abitare a Cesiomaggiore mi permetteva al mattino di sedere “lato finestrino” nell’autobus scolastico, essendo il mio paese capolinea della tratta Cesiomaggiore – Feltre.  Appena salito nel mezzo mi accomodavo diretto sul sedile più esterno di una delle numerose coppie che mi si presentavano, appoggiando parte della spalla e testa al spesso vetro che mi separava dall’oscurità e dai rigori del mattino. Raramente ascoltavo i discorsi degli altri ragazzi, e ancor meno mi mettevo a parlare con loro. La gran parte delle volte restavo lì per i fatti miei nel cercare di recuperare all’ultimo ciò che non avevo voluto studiare nel pomeriggio precedente. Abbassavo lo sguardo sul libro di testo prescelto per poi chiudermi nella mia bolla di attenzione, e basta.

Tutta questa concentrazione veniva però ad un tratto interrotta, e volutamente da me stesso.

Quando infatti la corriera arrivava nei pressi della frazione di Toschian, abbandonavo improvvisamente il libro alle mie mani, e, nell’alzare la testa, cercavo con lo sguardo il profilo della montagna a me più cara: il Sass de Mura.

Erano due brevi apparizioni, della durata di qualche secondo, ma era qualcosa di istintivo che non riuscivo a fare a meno di fare. Ne scrutavo in quei pochi istanti le sfumature della luce sulle sue rocce, lo screzio della neve sulle gialle dolomie, la sua figura d’insieme così prepotentemente regale a chiudere il fondo della valle. Era una specie di controllo misto a contemplazione, per vedere che tutto fosse in ordine, quasi fosse una mia proprietà, e per appagare lo sguardo di una visione così attraente di per sé, prima dell’ industriale grigiore del Boscariz. Poi, la corriera riprendeva velocità ed il colle in cui sorge la chiesa di San Vitale e Valentino prendeva man mano possesso di quel lembo di cielo su cui avevo posato lo sguardo. A quel punto riabassavo la testa sui miei libri, e così restavo fino alla fermata delle Traversere, dove scendevo assieme ai miei compagni di istituto. Ovviamento se non bruciavo

Negli anni successivi mi sono spesso chiesto quale era il motivo di fondo di quella forte attrazione visiva. Certo, c’era e c’è tuttora un lato personale e soggettivo che mi lega profondamente verso quella montagna, per cause storiche, culturali, famigliari, “sportive”..

Ma sentivo che sotto sotto si nascondeva un qualcosa di più oggettivo ed universale in quella bellezza, qualcosa che andava ben aldilà dei miei gusti personali. Era un fascino che attraeva anche i profani in alpinismo e gli amanti del mare, pensavo. Un giusto equilibrio di linee, colori e proporzioni che il buon Dio aveva fatto con particolare impegno per aggradare lo sguardo dei suoi figli mortali.

Ma cos’era quel “qualcosa”? Come si poteva chiamare, quantificare? Che unità di misura aveva?

Ho sempre guardato con diffidenza la Scienza: è una materia che pragmatizza e trita senza alcun rimorso in cifre e lettere ciò che di più umano abbiamo, ovvero il sentimento.

Ciò nonostante una volta lessi per sbaglio qualcosa di scientifico che colpì da subito la mia attenzione. Si trovava in un libro di disegno artistico. Nel capitolo riguardante la struttura del quadro venne descritto un qualcosa che abbagliò all’istante la mia mente, riportandomi immediatamente ai nebulosi pensieri che facevo guardando fuori dal finestrino appannato di un autobus. Questo “qualcosa” si chimava “Sezione Aurea”.

Artisti e fotografi rideranno compiaciuti di ciò: probabilmente per loro è un concetto ovvio a cui avevano pensato all’istante.

Ma per me, laureato in cazzola e boiacca, tutto ciò ebbe un risultato simile a quella che ebbe Einstein quando arrivò alla formula della relatività.

Ma prima di continuare, è giusto tentare di spiegare cos’è questa Sezione Aurea.

Non avendo la Treccani (non era obbligatoria nella mia facoltà), cito ciò che riporta Wikipedia:

La sezione aurea o rapporto aureo o numero aureo o costante di Fidia o proporzione divina, nell’ambito delle arti figurative e della matematica, denota il numero irrazionale 1,6180339887… ottenuto effettuando il rapporto fra due lunghezze disuguali delle quali la maggiore a è medio proporzionale tra la minore b e la somma delle due ( a + b )… Le sue proprietà geometriche e matematiche e la frequente riproposizione in svariati contesti naturali e culturali, apparentemente non collegati tra loro, hanno suscitato per secoli nella mente dell’uomo la conferma dell’esistenza di un rapporto tra macrocosmo e microcosmo, tra Dio e l’uomo, l’universo e la natura: un rapporto tra il tutto e la parte, tra la parte più grande e quella più piccola che si ripete all’infinito attraverso infinite suddivisioni.[1] Diversi filosofi e artisti sono arrivati a cogliervi col tempo un ideale di bellezza e armonia spingendosi a ricercarlo e, in alcuni casi, a ricrearlo nell’ambiente antropico quale canone di bellezza; testimonianza ne è la storia del nome che in epoche più recenti ha assunto gli appellativi di aureo e divino.”

Capito qualcosa? Non molto vero?

Per farne una spegazione da “non addetto ai lavori”, dirò che questo rapporto è un numero molto particolare, che da sempre è stato studiato, tra l’altro, per le sue qualità “attrattive”. E’ una proporzione cioè, che aggrada l’occhio umano più di altre.

Una facciata di un edificio in cui l’altezza è 1,6180339887… volte la larghezza dello stesso, sarà più armoniosa di una che avrà un rapporto diverso, che la renderà troppo “massiccia” oppure troppo “allungata” ai nostri occhi.

Il soggetto principale di una foto di un professionista non si troverà né al centro, né troppo marginale, ma facilmente in una zona prossima a questo rapporto. E di certo appagherà maggiormente i nostri sensi rispetto ad altre foto con stesso panorama di fondo, stesso soggetto, ma disposizione di quest’ultimo diversa.. Come se non bastasse, questo rapporto si ritrova magicamente anche in alcuni impressionanti esempi del mondo naturale, quali conchiglie di molluschi e disposizioni dei petali nelle corolle dei fiori.

Ma per ritornare a noi, mi chiesi: Che sia mai che per una serie di fortunati motivi, il Sass de Mura avesse, visto da meridione, una serie di Sezioni Auree che lo rendevano quindi così particolarmente attrente al mio occhio e non solo?

Mi misi appena possibile nel ricercare una foto della mia amata montagna di casa. Appena trovata, segnai a matita le sue linee naturali di divisione.

Si presentarono così quattro linee verticali:

A) Linea che passa attraverso il valico del “Portòn”, limite occidentale della montagna

B) Linea che divide la “Cima Ovest” da quella “Principale” attraverso il profondo canalone della “Via dei vèci”

C)Linea che divide la “Cima Principale” dallo “Spallone Sud-Est” attraverso la naturale linea del “Gran Diedro”

D)Linea che passa al limite orientale della montagna.

(foto by JuzaPhoto – che ringraziamo)

E tre linee orizzontali:

  1. Linea che passa per sommità (e nei pressi della vetta della Cima Ovest, di poco più bassa)
  2. Linea che passa per il terrazzamento naturale della “Banca Soliva”
  3. Linea che delimita la base della parete

Poi presi un piccolo righello, e con curiosità iniziai a misurare i segmenti che avevo da poco creato. Mi uscirono così i seguenti dati (in millimetri):

A-B= 71 mm

B-C= 35mm

C-D= 64 mm

1-2= 28 mm

2-3= 45 mm

(valori variabili in base all’ingrandimento della foto. Le proporzioni restano comunque identiche)

Arrontondando poi la Sezione Aurea a 1,62, iniziai a verificare le proporzioni.

Scoprii così che moltiplicando il tratto C-D per l,62 veniva 104 mm, cioè quasi la sezione A-C (106 mm)

Alla stessa maniera, la sezione 1-2 moltiplicata per 1,62 dava 45 mm, cioè esattamente la sezione 2-3.

Il tratto 2-3 moltiplicato sempre per 1,62 dava 73mm, cioè quasi la sezione A-B (71mm)

Inoltre, in un errore compreso all’ incirca nel 10%, rientravano anche le seguenti proporzioni:

B-C e C-D (57mm al posto di 64mm)

1-3 e A-C (118mm al posto di 106mm)

Insomma: sembrerebbe che il Sass de Mura sia una miniera non solo di pietre calcaree, ma anche di Sezioni Auree.

Pazzie? Può ben essere. Di certo è qualcosa di puramente casuale: una fortuita circostanza geologica e di prospettiva. Ma se la matematica non è un opinione, qualcosa di fondato forse, in fondo, c’è.

Adesso resterebbe da spiegare tutto il fascino che ha su di me questa montagna per cause non prettamente visive. Dovrei raccontarvi tutto ciò che significa per la mia cultura e quella del mio paese: le storie dei vecchi cacciatori, degli alpinisti e di mio padre, che da sempre sono passate attraverso la porta di casa. Le avventure dei primi anni in cui vi ho arrampicato, le amicizie, le ritirate, le soddisfazioni, le delusioni. Tutte le volte che, magari con qualche birretta in corpo, lo guardavo trasognato dalla Valle di Canzoi, o dal Rifugio Boz.

Ma questa è veramente un altra storia.

Paolo

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