“Requiem per un… auto”

Faccio il verso al bellissimo libro di Matteo Melchiorre “Requiem per un albero” per parlare, invece che di un addio ad un olmo, di un addio ad un auto. Un auto? In un blog di alpinismo cosa centra un mezzo motorizzato, e, nello specifico, il mio vecchio Doblò 1900 cc azzurro arrivato oramai alla pensione?

All inizio sembrava anche a me che il fatto centrasse poco. Poi, a ben pensare, l’idea di un piccolo omaggio a questa unione di lamiere, pistoni, valvole, imbottiture.. mi è sembrata dovuta.

Anche nel parlare di alpinismo.

Quante ne abbiamo combinate infatti in giro per i monti durante questi duecentosettantaduemila ed oltre di chilometri di strade battute e sterrate? E quante ore abbiamo passato assieme, più che con amici o cari in questi due lustri abbondanti di vita?

Mi ricordo quando ti comprai (di seconda mano ovviamente) con tutti i soldi che avevo da parte. Le tue origini erano un po’ nebulose, ma un accento del motore molto particolare tradiva la tua provenienza iberica. Subito mi misi in opera per preparare un allestimento al tuo interno dove dormire e mangiare, e la cosa da subito ti piacque, foriera per te e per me di nuove avventure. Come non ricordare infatti tutti i luoghi calpestati dai tuoi pneumatici con me al volante..?

Le rocciose spiaggie Dalmate, il bordo delle scogliere di Gaeta o degli abissi del Belvédére della Carrelle, le nevi del Sempione, di Chamonix e di Briançon… Le losanghe calcaree di Freyr, le faggete ombrose dei Simburini, le colorate terre amate da Cezanne sopra Aix o gli altipiani del Gran Sasso. Oppure quella volta che arrivammo in Francia senza saperlo da Triora, il paese delle streghe, attraverso una lunghissima strada sterrata adatta ad una jeep. Ed i bivacchi: nei centri delle città come nelle campagne più disperse, sotto acquazzoni improvvisi o sotto le stelle dei cieli di Ottobre.

Ti ho sempre trattato abbastanza male, la mia scarsa passione per le auto è famosa (non ti ho mai bruciato la guarnizione di testa tre volte però, come nella Panda..)

Quando si andava ad arrampicare buttavo al mattino in fretta e furia il materiale che mi serviva sul bagagliaio, sopra quello che restava lì dai giorni precedenti. Ogni tanto, la mancanza di qualche attrezzo mi costringeva però a dell’ordine sistematico. Riuscivo così a tirar fuori dal tuo vano posteriore più cose che Mary Poppin dalla sua borsa: serie di picozze dagli anni settanta ai giorni nostri, calzini spaiati che provavo a vedere fossero quelli che mancavano dalla lavatrice, masse pelose e grige che si muovevano di vita propria che poi scoprivo essere banane di qualche mese prima, bottiglie di plastica che potevano bastare a Christo per una delle sue opere moderne.

Ti parcheggiavo nella rugiada del mattino bello accaldato e te aspettavi, alle volte fino a sera senza lamentarti, contento per noi come un buon amico che ti aspetta al rifugio dopo averti portato parte del peso fino all’attacco.

E quante confidenze hai sentito senza dir niente in giro? Quante stronzate, quanti litigi quanti canti a squarciagola da solista hai sopportato, questi ultimi specialmente al mattino o alla sera quando l’oscurità impediva ai passanti di vedere il mio viso con rispettivo labiale?

Ogni tanto la tua gentilezza veniva contraccambiata dal sottoscritto con qualche dolore. Quando bevevo troppo al ritorno da qualche via mi immedesimavo troppo in Micheal Night e vedevo in te Kit. Non mi hai mai parlato, però hai evitato frontali, (come quella volta che al ritorno da una festicciola post canyon ho preso la rotatoria contromano) o schianti. Ma per quanto tu deviassi all ultimo la traiettoria da me intrapesa, qualche volta la situazione sfuggiva di ruota anche a te.

Ed allora le sentivi le botte od il dolore sulle fiancate.

Come quella volta che ti incastrai come un tassello fischer tra il bordo di un ponte ed un miracoloso sasso che ci bloccò al limite della valle sottostante, ed in cui fu necessario l’aiuto di Jerry alle tre di notte per riuscire a scastrarti affinchè potessi fare retromarcia.

Ma ci furono anche momenti magici, in cui fosti presenza galante alla luce della luna piena.

Adesso invece sei qua. Invecchiato, con qualche protesi nuova che limita gli acciacchi del tempo, con il parabrezza strisciato da numerosi sassolini, come le lenti offuscate degli occhiali di un miope. Il tuo rombo ha un sibilo quando si fa una curva in salita od in discesa, e la porta posteriore è nuovamente bloccata dall’esterno.

Un aggressivo Vivaro nove posti grigio metallizzato, vetri oscurati, duemila di cilindrata prenderà il tuo posto, ed a me non resta che provare a venderti, come fa un negriero con uno schiavo.

Ti dirò la verità: mi sento una merda. Avevo pensato anche ad una fine alla Thelma & Louise, magari dal “Còl del Vènt” vicino al Dal Piaz.. ti voglio bene, ma non fino a questo punto.

Sabato ho fatto con te l’ultimo viaggio. Siamo saliti in Falzarego in una giornata che doveva essere migliore di quello che era in realtà. Come sempre mi hai aspettato, prendendoti nel frattempo anche un po’ di burrasca nevosa.

Al ritorno, mentre parlavamo del più e del meno, all’altezza del Castello di Andràz, hai avuto un sussulto. O meglio: un doppio sussulto. Come quando finisce all’improvviso il carburante. La velocità è calata di colpo.

Hai muggito due volte, sarà stato anche il filtro sporco, o qualche problema di iniezione ma a me sembrava un singhiozzo. Prolungato e profondo, a toni bassi, con un breve respiro a metà.

Ma fu solo un attimo.

Hai ripreso nuovamente giri, la velocità è tornata ad essere quella di prima, ed abbiamo continuato il ritorno verso il fondovalle. E mentre pensavo a ciò che poteva essere successo, alla prima curva è venuto fuori nuovamente il tuo sibilo tra il borbottio del motore. Uno di quei fischi stanchi, come quelli che senti uscire dal fiato a qualche anziano quando vuole dimostrare che è ancora in grado di lavorare come a quarant’anni.

Paul

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