La “prima volta” di Marco – Goulotte “Trei Magi”

Candela della goulotte “Trei Magi”

Si sa che l’utilizzo della propria lingua è qualcosa di estremamente raffinato e delicato. Il comporre una frase, seppur atto al primo pensiero banale ed elementare, può riservare alle volte delle sorprese, specialmodo se non si è pratici con verbi, sostantivi e coniugazioni. Si rischia di incappare nel tranello dell’errata interpretazione di chi ti stà ad ascoltare, di trasmettere un messaggio sbagliato, con tutte le conseguenze del caso.

Chi non ha esperienze simili con persone dell’altro sesso (per esempio) lanci la prima pietra.

Così quella sera di inizio Dicembre mi ritrovai davanti ad una bibita con la schiuma a discorrere con Marco del più e del meno, di alpinismo, e della stagione invernale oramai alle porte. A serata ormai conclusa, Marcolino mi chiese in tutta tranquillità :” Paolo, quand’è che andiamo a fare una cascata assieme?”

“Quando vuoi” esclamai deciso, conscio del fatto che il mio amico era molto bravo ad arrampicare in roccia e certamente anche in ghiaccio. Di quest’ultima cosa non ero certo, ma certamente qualche cascata ero sicuro la avesse fatta. Poi, pensai, uno che mi chiede di fare cordata assieme nasconde nell’invito la propria autonomia nel terreno scelto per l’occasione.. vuoi che non sia così?

“Anche Domenica” risposi. “Perfetto” disse, “Piccozze e ramponi li ho. Unica cosa: sono sprovvisto di chiodi da ghiaccio”. “Nessun problema” replicai, e ci congedammo, organizzando gli ultimi dettagli sul materiale da portare. Il luogo lo avrei deciso io il giorno seguente: non avevo idee molto chiare, anche se qualcosa mi stava frullando nella testa dal week-end precedente.

Questo “qualcosa” era una delle poche linee (fino ad allora) di misto classico un po’ impegnativo in Dolomiti: “Trei Magi” un bellissimo canale-goulotte di ghiaccio di 400 metri, neve compressata e roccia sulla parete Nord -Ovest della Punta Serauta aperto dal Franz di Sottoguda e soci qualche anno prima. Risalendo le piste la settimana prima lo avevo visto in ottime condizioni.. perchè non provarci?

Così ci ritrovammo dopo due giorni ad arrancare sopra il Fedaja con gli zaini carichi verso il nostro obbiettivo. Tagliavamo i vari andirvieni della pista, facilitati dalla poca neve presente che non disturbava la nostra progressione con soli scarponi. La giornata si presentava splendida.

Arrivammo così dopo un oretta in cima al conoide di neve scaricata dal canale nei giorni precedenti, ed iniziammo la prassi di rito: indossar l’imbraco e l’attrezzatura, mangiare e bere qualcosa, fumare una Luky Strike (per Marco).

In quell’ultimo attimo di beato disimpegno, gli chiesi rilassato “Ma.. che cascate hai fatto fino ad ora, vez..?”.“Nessuna Paolino” mi disse candido come un cresimando.

Ora, non ricordo cosa stessi facendo di preciso in quel momento. Di certo mi fermai, restando immobile a guardarlo per qualche secondo. “..Nessuna..?!”

“No” mi disse con un leggero sorriso. “Non te lo avevo detto?”

“Ma allora, le picche e i ramponi..?”

“Li ho comprati perchè volevo proprio iniziare quest’anno a far cascate..”

Fu un attimo di esitazione. Certo la salita che ci accingevamo a salire non era proprio la “Cascata del Gelato” a Sottoguda… Ma poi saggiamente pensai “Beh, alla fine del canale avrà pure imparato.. sempre se arriviamo in cima..”

Così in due minuti gli spiegai come tenere, battere togliere le picche, i ramponi, la tecnica base, e tutto quanto mi veniva in mente di importante.

Poi partii per il primo tiro, un quarto-quartopiù cascata che trovai però di neve dura impossibile a proteggersi. Solo una bolla di ghiaccio a metà mi permise di avvitare una delle tre viti da ghiaccio da poco comprate . Uscii dal verticale e sostai. Marco risalì veloce fino a raggiungermi. Appena a tiro mi disse “Paolino la vite mi è caduta giù nella neve”. Non gli avevo spiegato l’attenzione necessaria nella fase finale dell’estrazione della stessa. Sessantacinque euro erano volati giù appena a venti metri da terra. Forse piansi.

Un tiro di canale appoggiato ci portò sotto il tiro in ghiaccio più impegnativo, Una bella candela di una trentina di metri. Dopo questa un lungo canale faticoso per duecento metri. A quel punto la neve finiva ed iniziava il misto. Qualche diedrino un po’ tecnico, poi un curioso passaggio sotto un masso incastrato. Arrivammo così sotto il tiro chiave, un diedro di sesto meno su roccia non buona che, stronzo lui, era proprio alla fine, ciliegina velenosa. Il tempo era nel frattempo peggiorato.

Parte alta della goulotte “Trei Magi”

Piantai per sosta uno dei miei chiodi da roccia in una fessura a destra e poi tentai. Un sottile strato di verglas mi respinse. Tornai indietro ed analizzai la situazione. “In su? No, mi sembra.. Indietro? Giammai.. e poi sarebbe lunga rifarla a doppie.. A destra? Manco che manco.. A sinistra?..”

Ecco che, guardando a sinistra, vidi che forse una via di uscita alternativa c’era. La parete, leggermenta appoggiata, era totalmente coperta da neve ed un sottile strato di ghiaccio, ma qua e là appariva qualche minuscolo terrazzino e qualche diedrino dove forse poter chiodare.

“Vabbè, provo a mettere il naso..” E partii in quella direzione.

Pian pianino mi spostai a mano manca, quasi orizzontale. Per le punte dei ramponi e per le picche dovevo pulire la neve alla ricerca di qualche centimetro di appoggio sulla roccia sottostante. La neve non era così coesa da tenere il mio peso. Dopo un po’ trovai una fessurina dove piantai una lama, e, dopo un altra decina di metri, un altra stretta fessura accettò un altra delle preziose lamette di acciaio. Ero molto lento nei movimenti, ma oramai vedevo a breve distanza la fine delle difficoltà. Dopo qualche altro minuto arrivai dove il pendio cedeva leggermente di inclinazione. Quì la neve reggeva il mio peso, e così finalmente arrivai a corda oramai esaurita alla cresta sommitale, spazzata da nuvole di leggera tormenta, dove un tratto non sepolto di cavo della “Ferrata Eterna” offrì un solido e veloce ancoraggio a cui mi aggrappai felice come un naufrago ad un salvagente.

Marco partì. Pian pianino la corda saliva.”Bravo vecchio” pensai. Ogni tanto sentivo il cozzare delle punte delle picche sulla roccia: non avendoglielo detto, batteva anche sul duro calcare.. povere becche!! Ma in poco tempo, il mio compagno era al mio fianco, con due piccozze oramai inservibili se non come souvenir per Giapponesi.

Una veloce pacca sulla spalla e poi pensammo al rientro, visto le sbuffate di neve attorno a noi e le poche ore di luce ancora a disposizione in quel periodo dell’anno.

E qui, la scarsa conoscenza della lingua italiana ci venne per la seconda volta contro.

La nostra superficialità ci portò a non soffermarci più del dovuto sul reale significato della parola “Eterna”..

In discesa dalla Ferrata Eterna

Così, con la stessa nonchalanche di due villeggianti che si dirigono versono un area picnic, iniziammo la discesa alle ultime ore del giorno e sotto la tormenta di una delle ferrate più lunghe e temute delle Dolomiti, in veste invernale ovviamente. Quello che non sapevamo è che oltretutto la ferrata versava da tempo in una condizione disastrosa di manutenzione. I cavi, quando non sepolti dalla neve erano spesso recisi in qualche tratto dalle scariche si sassi, o trattenuti alla meglio solo da qualche trefolo. Questo ci costrinse ad una piccola regola: fino a due trefoli ci appendiamo, altrimenti scendiamo a doppia con la corda.

E giù.. e giù.. lungo questo pendio uniforme che sembrava non dover mai finire.. giù e ancora giù…

Ecco che allora, dopo un infinità di tempo, in un posto non ben precisato, alla luce slapita che precede la sera capimmo finalmente con sottile acume il perchè quel percorso si chiamava “Ferrata Eterna”.

Ad un certo tratto la ferrata abbandonò la direttiva che aveva per buttarsi decisa sulla sinistra, scendendo più verticale fino a quella che sembrava essere la base. Qualche tratto con il cavo, poi più niente. Mancava ad occhio un ultima doppia. Scendo io: terra! Scende Marco oramai al buio. Proviamo a tirare le corde: incastrate. Ottimo.

Le lasciam lì. Le recupererò qualche giorno dopo. Adesso ci aspetta ancora la discesa fino all’auto con pochissima visibilità. Arriviamo sfiniti al parcheggio oramai a buio pesto.

Mettiam via il materiale soddisfatti e silenziosi. Poi ad un tratto, appena prima di entrare in auto mi giro verso lui:

“Allora Marco, come è stata la tua prima volta in ghiaccio..?” .

Marco fa un tiro di Luky Strike, si toglie la sigaretta, fa a finta di pensare un attimo.

Poi mi guarda. “Vaffanculo va!”.

E ci mettiamo a ridere.

La “Trei Magi” è un bellissimo canale di misto sulla Punta Serauta, in Marmolada. E’ il canale più evidente e profondo, spesso in condizioni già ad inizio inverno. La via di Francesco dell’Antone e Giorgio Mocellin sale con difficoltà di W5 e 6°- il suddetto canale. Le soste (al tempo della ripetizione nostra) sui primi tiri erano presenti, nella metà superiore no. Alla base del duro tiro finale avevo lasciato un chiodo di sosta. Per evitare il suddetto tiro, se in condizione, potete effettuare la variante di me e Marco Fontana, sessanta metri di M5 circa con due chiodi.

L’anno dopo al racconto la ferrata è stata rimessa a norma. Se ci fosse poca neve magari è consigliato discendere per essa, altrimenti vi consiglio (non so se si è capito dal racconto) di portare con voi qualche chiodino e qualche spezzone e ridiscendere il canale a doppie.

A breve sul nostro sito la relazione.

Paolo Conz.

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